Ce qui reste d'après le temps

Ce qui restw d'après le temps
Anno
2026
Durata
3 minuti e 45 secondi
Formato
MP4 (1920x1080)
Produzione
Roberto Verace
Luogo di produzione
Parigi
Soggetto
Roberto Verace
Sceneggiatura
Roberto Verace
Interpreti
Riprese
Roberto Verace
Musica
Clannad, Trio Pêr Vari Kervarec
Esecutori
Testi
Roberto Verace & Hal
Montaggio
Roberto Verace
Regia
Roberto Verace
Categoria
Videoart
Sinossi
Ce qui reste d’après le temps nasce da immagini fotografiche e video realizzate in Bretagna e da una suggestione più antica: quella della Little Britain, la Bretagna come territorio di passaggi, permanenze e corrispondenze con le altre culture della Britannia e del mondo celtico atlantico.
Da questa origine il lavoro si allontana progressivamente per metaforizzarla. La geografia perde la propria funzione documentaria e diventa uno spazio incerto, attraversato da luoghi, lingue e tempi che sembrano riconoscersi senza necessariamente appartenere gli uni agli altri.
Il trattamento delle immagini nasce da una riflessione sulla pittura di Andrew Wyeth, soprattutto sul rapporto fra precisione e dissoluzione, sulla presenza del non-finito e sulla capacità della materia pittorica di lasciare alcune parti dell'immagine in uno stato di sospensione. Fotografia, disegno, acquerello e gouache vengono così sovrapposti e contaminati, senza cercare di nascondere completamente la natura originaria dell'immagine né di trasformarla integralmente in pittura.
Il procedimento viene applicato anche alle immagini in movimento. Ciò che appare come disegno o pittura può così continuare a muoversi, rendendo instabile il confine fra immagine registrata e immagine ricostruita.
Dentro questo spazio una voce racconta frammenti di una storia: una donna, un bambino, una marea, incontri che potrebbero essere già avvenuti o appartenere a tempi diversi. Francese, bretone, inglese e gaelico attraversano il racconto senza definire una geografia linguistica precisa.
Le immagini non illustrano il testo e il testo non spiega le immagini. Il montaggio stabilisce fra loro legami temporanei, li interrompe e successivamente li ricostruisce; anche la musica interviene come elemento autonomo, non come commento o accompagnamento continuo. È nello spazio lasciato fra questi elementi che il racconto può continuare a formarsi nella percezione dello spettatore.
Rimane così qualcosa della geografia originaria, ma forse soltanto come traccia: un territorio nel quale luoghi, lingue, immagini e tempi diversi continuano a depositarsi gli uni negli altri.
Note